Intellettuali

Cosa fa una biblioteca? Si occupa di libri! Prevalentemente. Si occupa anche di coloro che li scrivono, di coloro che li leggono, di coloro che nutrono per essi (i libri) una passione.

Che poi non è proprio tanto dei libri che ci si occupa, quanto delle parole che veicolano le idee e l’esperienza umana che all’interno di essi si può trovare. Questo fa una biblioteca.

Per fare questo, i libri, è necessario leggerli, ovvio! Così che abbiamo già isolato due azioni fondamentali: occuparsi (prendersi cura) e leggere, e quattro sostantivi: biblioteca, libro, lettore e passione. Già un universo, che dico, infiniti universi, se si tiene conto del numero delle biblioteche, di quello dei libri, dei lettori e della profondità e pluralità delle passioni.

Questo preambolo per presentare un’altro degli splendidi libri letti di recente.

Passione per Alfonso Berardinelli?  L’ho conosciuto attraverso tre piccoli libri pubblicati tutti dalla casa editrice nottetempo, bellissime edizioni più che tascabili (15×10,5 cm.), dove affronta in maniera leggera, scorrevole e profonda argomenti importanti che riguardano la riflessione sulla cultura, sulla sua diffusione, sulla letteratura e sulla critica letteraria, insomma sul mondo dei libri, della lettura e della conoscenza.  Il primo articolo che parla del primo libro letto, lo trovate qui, il secondo è quello precedente a questo, il terzo affronta la sua opera intitolata Che intellettuale sei?

Berardinelli individua tre tipi di intellettuale, vi rimando alla lettura del testo originale per conoscere le sue motivazioni della triplice divisione, oltreché di due tra i tipi riconosciuti, a noi interessa il terzo, l’intellettuale critico, leggete la sua definizione, dove si accenna, in realtà anche agli altri due

Fra l’Essere da ritrovare e la Macchina da far funzionare, qualcuno, semplicemente, si sente a disagio. Pensa che “qualcosa non va”. Questa potrebbe già essere una prima definizione del terzo tipo di intellettuali, quello dei Critici: forse il più diffuso ma anche il più debole e meno autorevole. I Critici sono e si riconoscono individui a disagio, dubbiosi, senza potere e spesso con la sensazione di essere soli. Le loro esperienze sono comuni, non sembrano speciali né specializzate. Ma non è detto che siano facili da comunicare e da condividere. [. . .]

[Il Critico] non sa proporre soluzioni valide in generale. Crede e non crede, ma comunque in qualcosa di relativo e minuscolo. [. . .] Fra i critici ci sono piuttosto scrittori ma anche “gente comune”, la cui intelligenza è di altro genere e non è inferiore a quella degli intellettuali. Il Critico ha bisogno di senso comune, di esperienze comuni, e di un linguaggio nel quale si possano dire cose che forse non interessano a Dio e che certo non servono al Progresso.

. . . per i Critici, contrariamente che per i Metafisici e per i Tecnici, i singoli individui esistono: non sono apparenze, o contingenze, o imprevisti malaugurati, errori da eliminare, distorsioni soggettive da superare in un’ottica più vasta e in una prospettiva più elevata. Per i Critici le singole vite individuali sono  un campo e uno strumento di conoscenza ineliminabile. Lo scoprirono filosofi come Montaigne e Kierkegaard, che non costruirono sistemi teorici né scrissero trattati, ma usarono come forma letteraria più adatta al pensiero la forma della confessione, dell’autoanalisi, del diario, dell’invettiva. Si può accusare Kierkegaard? si possono accusare Leopardi o Baudelaire di narcisismo per il fatto di avere parlato di sé, di aver “esplorato il proprio petto” o di aver “messo a nudo il proprio cuore”? L’io del critico è uno strumento per essere onesto con gli altri, che a loro volta non sono privi di un loro io. Non è né una scoperta recente né un provocante paradosso notare che i tre suddetti autori, grandi scrittori moderni, sono stati anche tra i più memorabili critici della modernità. I Critici rischiano la solitudine. Hanno bisogno della solitudine. Anzi, la rappresentano pubblicamente come un valore pubblico che è pubblicamente misconosciuto.

Perché ci è interessato il terzo più degli altri due? Il primo motivo è che il terzo tipo, come dice Berardinelli, lo si trova tra coloro che vengono considerati scrittori, più che filosofi, poeti più che scienziati, coloro che partono, con onestà, da se stessi per arrivare ad una conoscenza più approfondita anche di tutti gli altri che fanno parte del loro mondo.

E’ questo quanto ci riporta alla letteratura, quella leggibile da chiunque, quella che però ha la pretesa di modificare, attraverso un miglioramento degli strumenti intellettivi, comprensione e pratica della vita di tutti i giorni.  Non facile, ogni biblioteca che si rispetti, però, ne è consapevole.

La critica sociale e culturale esercitata individualmente resta senza luogo. E’ considerata fuori luogo e quindi sospetta. Non è solo questione di etichette politiche, c’è anche il problema delle caselle professionali e disciplinari. Che cos’è Kraus? Uno scrittore satirico? Un filosofo della società? Un moralista del linguaggio? Un liberale o un anarchico? E Orwell? E’ solo un romanziere secondario? E’ un giornalista? Un socialista libertario? Un politologo? E Simone Weil? Una donna molto singolare? Una specie di santa rivoluzionaria e antirivoluzionaria? I suoi scritti vanno considerati seriamente filosofici o solo moralistici e privati? Questi tre critici, insomma, erano risentiti? Sì, lo erano. Avevano una vita privata infelice? Sì, a volte. Problemi sentimentali e sessuali? Non si può negare. Inserimento sociale difficile? Senza dubbio. E per queste ragioni non ha valore oggettivo quello che hanno pensato e scritto? Ho fatto pochi esempi. Per dimostrare che cosa? Che gli intellettuali non sono sempre, anzi quasi mai, da considerare anzitutto come ceto sociale o come gruppo. Spesso, nei casi migliori, si tratta di inclassificabili singoli, e la loro vulnerabile forza è in questo.

da  Alfonso Berardinelli,

Che intellettuale sei?

nottetempo, 2011

E per finire una citazione da Shakespeare:

Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia.

(Amleto: atto I, scena V; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)

 

articolo e foto a cura di M. Tiziana Fois

 

 

 

 

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