Educare bellezza e verità (verità)

Illustrazione di Clay Bennet, The Christian Science Monitor, 2006

Per completare la nostra lettura del libro di Marco Dallari e Stefano Moriggi,  presentato in uno degli articoli precedenti (qui), nonché in presenza di uno degli autori, presso la Galleria Storica del Liceo Figari, proviamo a scrivere due parole sulla seconda parte del libro, quella ad opera di Stefano Moriggi, intitolata Per amor del vero.

Il nostro intento è, come sempre, quello di aiutare noi stessi, e i nostri lettori, a riflettere su di un’opera così ricca di stimoli utili nella ricerca relativa al costante miglioramento della pratica educativa.

Se le parole d’ordine sulle quali Marco Dallari ha costruito il suo discorso, tanto da intitolare il suo contributo al libro A scuola con Afrodite, sono state Educazione e Bellezza, quelle di Stefano Moriggi sono state Educazione e Verità.

Dallari ha analizzato a fondo e proposto un modello pedagogico che non rinunci mai a porre domande a coloro che lo adottano, che non permetta di ritenere immutabile una metodologia acquisita e che, soprattutto, tenga conto di quelle esigenze primarie comuni ad ogni essere umano nella sua fase di crescita. Alla luce delle molte teorie elaborate a partire dall’età classica ai giorni  nostri, Dallari indica il perseguimento di un metodo di insegnamento capace di fare appello, e di educare allo stesso tempo, alle emozioni e ai sentimenti suscitati dall’universo materiale e simbolico nel quale insegnanti e alunni, individualmente, hanno sviluppato la propria personalità e ancora continuano a farlo in un processo che non si ferma, in quanto l’apprendimento e la consapevolezza del proprio universo interiore non può che riguardare l’intera propria vita, nei suoi aspetti privati e pubblici, e che, costantemente, muta. L’educazione del senso estetico, dunque,  per Dallari non è questione che riguarda esclusivamente i contenuti di quanto insegnato e appreso ma si estende alla relazione instaurata tra sè e il proprio Io, tra sè e il mondo che ci circonda. In questo universo di relazioni il perseguimento de

. . . l’armonia, l’equilibrio, il rigore epistemologico, il senso etico e il rispetto antropologico (pag. 180)

realizzano  Bellezza educando ad essa.

Forse la bellezza, a scuola, sta soprattutto in ciò che si può scoprire e costruire nella relazione fra educatori e educandi e nella mediazione tra alunni e mondo che quest’ultima può promuovere. A patto che ciascun insegnante, in prima persona, attribuendosi il ruolo di ambasciatore della bellezza, avverta il dovere e la necessità di autoeducarsi a riconoscerla, ad accoglierla, a incoraggiarla, a non averne timore, a farne un tratto discreto e forte della propria identità personale e professionale. (pag. 181)

Stefano Moriggi si occupa del . . . bello, diciamo così, della Verità. Ma se è stato affascinante e arduo definire un’idea di Bellezza applicata al processo educativo, se si è dovuto in continuazione chiedere aiuto all’universo artistico per avere esempi e stimoli che ci avvicinassero ad essa, fornire una definizione di Verità appare ancora più complesso.

Non per l’autore di questo bel libro. E neppure per chi lo legge con passione.

Se per lo sviluppo del senso estetico molti degli strumenti andavano recuperati in ambito artistico e poetico, per lo sviluppo di un’idea di Verità essi vanno senz’altro ricercati nell’ambito scientifico, oltre che in quello filosofico, ma quest’ultimo è valido per entrambi.

Così ci appare bella e illuminante la citazione che Moriggi, a pagina 210,  fa di Einstein, uno dei padri della scienza moderna:

Anzitutto perché, spiega Einstein, la conoscenza del vero “è come una statua di marmo che si erge nel deserto ed è sotto la continua minaccia di venir seppellita dalla sabbia” (Einstein, 1994, p. 613) Qualcuno deve adoperarsi alla sua manutenzione permanente, perché non vada perduta. E se già questa attività di perenne revisione di ciò che si ritiene vero pare al Nobel per la fisica (1921) incompatibile con una scuola pensata e strutturata esclusivamente per distribuire saperi, per quanto utili e specializzanti, c’è una seconda questione, ancora più radicale, su cui Einstein focalizza la sua attenzione. E riguarda gli obiettivi educativi che l’istituzione scolastica deve porsi e non può in alcun  modo sottostimare: “Talvolta si è portati a vedere, in essa [nella scuola], semplicemente lo strumento per inculcare nelle giovani generazioni una quantità di conoscenze, la più grande possibile. Ma non è giusto. La conoscenza è cosa morta, la scuola invece serve a vivere” (Einstein, 1994, p. 613)

E quanto sarebbe utile a coloro che, di tanto in tanto, sfornano riforme per la scuola, abbattendone le risorse migliori con il dichiarato intento di svecchiarne la struttura, e adeguarla così al presunto inarrestabile progresso della società,  riflettere su questi concetti:

Attenzione ai termini! Se da un lato la “conoscenza” di cui lo scienziato attesta la morte è solo un altro modo per parlare del marmoreo e monolitico sapere lasciato in balia di una corrosiva obsolescenza, il “mestiere di vivere” a cui la scuola dovrebbe addestrare non ha nulla a che vedere con le abilità o le competenze che potrebbero rivelarsi spendibili nel cosiddetto mondo del lavoro. Precisa infatti il padre della teoria della relatività: “Intendo respingere l’idea che la scuola debba insegnare direttamente quelle conoscenze specializzate e quelle cognizioni che si dovranno usare poi nella vita”. Dopotutto, prosegue, “le esigenze della vita sono troppo multiformi perché sia possibile un insegnamento così specializzato nella scuola”. Ma ben al di là di questo aspetto più concreto e pragmatico, ciò su cui Einstein si mostra risoluto è l’assegnare in particolare alla scuola (e non tanto all’università!) la responsabilità “di formare personalità armoniose, non specialisti”. E per chi azzardasse dei distinguo tra tipologie o livelli di scuole, una precisazione giunge a sgombrare definitivamente il campo dagli equivoci: “Questo, secondo me, è vero in certa misura anche per le scuole tecniche, i cui studenti si dedicheranno a una ben determinata professione” (Einstein, 1994, p. 617).

e continua a pagina 212:

Ecco, è proprio la reiterazione quotidiana di tale esercizio artigianale che agli occhi di Einstein diviene quella prassi pedagogica a cui una scuola non può e non deve rinunciare. Si tratta, in altri termini, di quell’educazione al vero che si concretizza nello “sviluppo dell’attitudine generale a pensare e agire liberamente”.

Ecco il tipo di verità di cui si parla nel libro di Marco Dallari e Stefano Moriggi. Una verità che deve superare gli scogli infiniti del pregiudizio, sorti lungo la formazione del proprio universo simbolico. A questo proposito viene citato spesso John Stuart Mill e la sua lucidità nel disegnare come l’uscita dallo stato di minorità dell’analfabeta, del bambino, di colui che si è imbevuto di convinzioni  fabbricate ed espresse da altri, permetta ad ogni essere umano di conquistare la propria Libertà. Una libertà strettamente connessa al senso di responsabilità, poiché l’uomo, ogni uomo può essere libero solamente assumendo su se stesso il peso della propria vita.

Il pregiudizio non è altro che una prigione all’interno della quale gli uomini si trincerano per non rinunciare alla sicurezza data da schemi imposti da altri e accettati acriticamente, perché è vero purtroppo che, come dice la vignetta pubblicata all’inizio dell’articolo e ripresa dal libro stesso: Una bugia rassicurante (per chi vive nell’illusione del noto) è meglio di una verità scomoda, che deve costantemente essere messa in discussione.

 

Articolo a cura di M. Tiziana Fois

 

 

 

 

 

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