Leggere è un rischio

 

Rogier van der Weyden, The Magdalen Reading, date unknown but possibly 1435-38

 

Libro leggero, breve e grande.  67 pagine per un’altezza di 15 cm e 10,5 di larghezza.

Denso e semplice, o forse solo apparentemente semplice.

Già nel titolo è racchiuso molto dell’intero discorso. Tutti i veri lettori lo sanno. La lettura mette in comunicazione con gli altri sì, ma con gli altri lettori. Persino tra i lettori  esistono le diverse specie; così, per essere certi di instaurare una comunicazione è necessario, e difficile, trovare la propria specie. Leggere dunque è un rischio. Uno dei maggiori rischi è quello della solitudine, ma non una solitudine fisica, no, non di quella si parla quando si parla di lettura, bensì di livelli di profondità di pensiero, di sentire, di percezione di quanto attorno a sé accade.

E’ chiaro,  le persone disposte a chiacchierare dell’ultima fiction in TV o dei rapporti personali e delle relazioni tra personaggi famosi o dei gossip di quartiere o di città, piuttosto che delle avventure interiori di personaggi libreschi più o meno reali, più o meno fantastici, delle loro relazioni con il se stesso lettore, saranno sempre molto più numerose.

Il lettore è privilegiato da molti punti di vista lo è meno da quello dei rapporti sociali.

Tutte le riflessioni precedenti sono, ovviamente, le mie, riflessioni sorte dopo la lettura del libro che dà il titolo a questo articolo. L’autore con il quale ho osato cimentarmi è nientedimeno che Alfonso Berardinelli, critico letterario e saggista italiano, (Wikipedia).

Quello che è certo  è il senso della consapevolezza che l’abitudine, il piacere, la necessità di fare della lettura una propria esperienza di vita, porta, inevitabilmente le persone a tenere conto, in quanto interiorizzati, di quei valori che caratterizzano  la modernità occidentale che passano attraverso i grandi scrittori della letteratura e che, tra gli altri, possono individuarsi in : libertà, creatività, rivolta e angoscia. Ma lasciamo parlare l’autore:

[. . .]

i libri sono contagiosi, ma per subire il contagio bisogna leggerli con passione e, diciamo pure, con una ricettiva ingenuità. Senza essere Don Chisciotte o Emma Bovary, traviati dall’eroismo cavalleresco o dall’amore romantico, ogni lettore appassionato (non solo di romanzi) fa entrare le sue letture predilette nella costruzione della propria identità. La lettura permette di stabilire delle vie di comunicazione fra l’io profondo, con il suo caos, e l’io sociale, che deve fronteggiare le regole del mondo. Tra le letture più rischiose ci sono quelle il cui contagio suggerisce, impone di cambiare vita, di fuggire dal mondo o di trasformare radicalmente la società. Chi è stato, o chi è, cristiano o marxista sa bene di che parlo: il Nuovo Testamento e le opere di Marx ed Engels non perdonano chi resta quello che era dopo averle lette. Non sono solo libri, sono tribunali che giudicano ognuno e tutti stabilendo leggi e mete metafisiche, storiche, morali, utopiche. L’accostamento blasfemo, un po’ ovvio e comunque ossimorico, fra evangelisti e Marx fa capire che si danno casi di analogia per contrasto fra letture di venti secoli fa e letture più recenti. (pag. 11)

Di seguito, invece l’incipit del libro sino a pag. 8:

L’atto della lettura è a rischio. Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. Leggere libri non è naturale e necessario come camminare, mangiare, parlare o esercitare i cinque sensi.Non è un’attività primaria, né fisiologicamente né socialmente. Viene dopo, implica una razionale e volontaria cura di sé. Leggere la letteratura, filosofia e scienza, se non lo si fa per professione, è un lusso, una passione virtuosa o leggermente perversa, un vizio che la società non censura. E’ sia un piacere che un proposito di automiglioramento. Richiede un certo grado e capacità di introversione concentrata. E’ un modo per uscire da seé e dall’ambiente circostante, ma anche un modo per frequentare più consapevolmente se stessi, il proprio ordine e disordine mentale.

La lettura è tutto questo e chissà quante altre cose. E’ però soltanto uno dei modi in cui ci astraiamo, ci concentriamo, riflettiamo su quello che ci succede, acquisiamo conoscenze, ci procuriamo sollievo e distacco. Eppure l’atto della lettura ha goduto in se stesso di grande prestigio, di un’aura speciale nel corso dei secoli e ormai da millenni, da quando la scrittura esiste. A lungo e ripetutamente, per ragioni diverse, che potevano essere economiche, religiose, intellettuali e politiche, estetiche e morali, la lettura di certi testi ha avuto qualcosa del rituale. I testi di riuso, come i libri sacri, le raccolte di leggi e le opere letterarie, per essere riusati sono stati conservati e tramandati scrupolosamente. La società occidentale moderna ha trasformato e reinventato, in una certa misura, le ragioni e le modalità del leggere. Ma recentemente, negli ultimi decenni, l’atto di leggere, il suo valore riconosciuto, la sua qualità, le sue stesse condizioni ambientali e tecniche sembrano minacciate. Ne parlò Italo Calvino in tono semiserio ma sinceramente allarmato nell’incipit dell’ultimo dei suoi romanzi:

“Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno    un  viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Alloontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri:

– No, non voglio vedere la televisione! –

Alza la voce se non ti sentono: – Sto leggendo! Non voglio essere disturbato! – Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida [. . .]

Si tratta dei rischi che corre la lettura. Ci sono poi i rischi che corre chi legge, soprattutto chi legge letteratura, filosofia e storia, in particolare quelle scritte in Europa e in America negli ultimi due secoli. Da quando esiste qualcosa che chiamiamo modernità – cioè la cultura dell’indipendenza individuale, del pensiero critic, della libertà di coscienza, dell’uguaglianza e della giustizia sociale, dell’organizzazione e della produttività, nonché del loro rifiuto politico e utopico – da allora leggere fa correre dei rischi. E’ un atto socialmente, culturalmente ambiguo: permette e incrementa la socializzazione degli individui, ma d’altra parte mette a rischio la volontà individuale di entrare nella rete dei vincoli sociali rinunciando a una quota della propria autonomia e singolarità.

Società e individuo, autonomia personale e benessere pubblico sono due finalità non sempre conciliabili, a volte antagoniste, fra cui oscilla la nostra cultura. Non possiamo fare a meno di dare il nostro assenso al bisogno di uguaglianza e al bisogno di singolarità.

[. . .]

Dopo la lettura viene l’attività della critica. Non esiste vero lettore che non sia anche critico, ma qui ci si incammina per un percorso ancora più accademico, con le sue numerose teorie sulla ricezione dell’opera letteraria. Ci limitiamo a riportare di nuovo le parole dell’autore:

Per Steiner il “leggere bene” non è un fatto tecnico nel senso dei metodi di analisi e interpretazione. E’ una qualità dell’esperienza. Nel saggio “Una lettura ben fatta” (in Nessuna passione spenta) Steiner mostra una certa nostalgia per i rituali della lettura e per il libro come oggetto di culto e strumento di autoformazione umanistica: “Leggere bene significa rispondere al testo, implica una responsabilità che sia anche risposta, reazione”. Trascurare i refusi senza correggerli è già un peccato di omissione e di disattenzione, “una bestemmia contro lo spirito e contro la lettera”. E’ da questa appassionata etica della lettura che nascono la filologia e la critica.

E continuando con i più insigni studiosi che di critica si sono occupati, leggete quest’ultima citazione e le ultime meravigliose parole della conclusione:

Negli immediati dintorni, ma anche da un diverso punto di vista, nascono le polemiche di Susan Sontag e di Enzensberger. In “Contro l’interpretazione”, Sontag difende la lettura come percezione intensificata contro la mania di interpretare scavando sotto la superficie di opere letterarie e artistiche. Enzensberger difende a oltranza, contro la lettura corretta e ideale, le letture reali anche se difettose, parziali, utilitaristiche, edonistiche, sperimentali, in quanto atti individuali irriducibilmente anarchici e idiosincratici.

Tutte le citazioni da:

Alfonso Berardinelli,

Leggere è un rischio,

Nottetempo, 2012

 

 

 

 

 

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