Nonviolenza (Nella giungla della vita, di Antonio Tedde)

La Fortuna, la Bellezza di lavorare in una Biblioteca  sta nel fatto che essa attira persone amanti della ricerca, dello studio, della conoscenza, dell’anelito alla comprensione delle cose del mondo e della vita. Spesso questi esseri umani speciali provano se stessi nell’esperienza ulteriore del raccontare, del riassumere per altri, oltre che per se stessi, i propri studi e le proprie riflessioni. Accade, così, che la Biblioteca li attragga non soltanto per raccogliere, attraverso libri altrui, conoscenza, ma, invece, per offrire alla sapienza del mondo, il proprio contributo.

Accade che alla Biblioteca venga donato dagli autori stessi, il frutto  dei propri sforzi: il libro, edito da questa o quella casa editrice.

Così la Biblioteca si inserisce ancor più profondamente in quel dialogo  fecondo e aperto, nel tentativo di realizzare ciò di cui parlava Aldo Capitini, comunicazione autentica e genuina, basata sul “riconoscimento comune della ricerca di una verità costruttiva”.

“Il dialogo, l’autentico dialogo che presuppone la propria disposizione a lasciarsi convincere dall’interlocutore se egli ci riesce, è, dunque, una delle tecniche della nonviolenza; e lo è il discorso persuasivo quanto più è un’onesta e chiara presentazione degli elementi oggettivi di una questione, nessuno escluso per astuzia o sotterfugio. Il discorso è legittimamente inaccusabile di violenza, quanto più si presenta come un semplice contributo e chiarimento, quanto più lascia libero l’ascoltatore di decidere per suo conto, e anche per questo il discorso nonviolento deve essere sobrio e non pesante”. [1]

Così, ho accolto il libro donato alla Biblioteca, e a noi personalmente, da Antonio Tedde, autore di Nella giungla della vita: (Come percorrere il sentiero alla ricerca della serenità), edito da Editrice Democratica Sarda, nell’anno in corso.

Aldo Capitini, citato nel presente articolo,  viene nominato nella presentazione che del testo di Antonio Tedde fa Vittorio Piras, riconoscendo una parentela tra gli obiettivi pedagogici del filosofo, poeta ed educatore umbro, e  l’autore di Nella giungla della vita.

Leggendo il primo capitolo del libro di Tedde mi è tornato invece alla mente un classico della poesia universale, svelandomi la relazione tra le riflessioni da cui prende spunto l’opera di Tedde e quelle di un simbolo della letteratura mondiale. Sono riflessioni umane per eccellenza, sono le riflessioni che ogni cervello pensante fa, trovandosi di fronte alla complessità e alla sofferenza insita nella vita. Ignorarla è da sprovveduti, esserne consapevoli è il primo passo, elementare, verso la costruzione di una vita certamente migliore, tenendo a mente, sempre, l’essere parte di una comunità infinitamente grande, quale è quella degli esseri viventi.

Lo riporto, il più famoso monologo della storia letteraria, quale regalo estivo, perché poi, anche la Biblioteca abbandona la sua sala deserta immersa nel calore di Agosto, tenetevi forte e leggete:

Essere . . . o non essere. E’ il problema.

Se sia meglio per l’anima soffrire

oltraggi di fortuna, sassi e dardi,

o prender l’armi contro questi guai

e opporvisi e distruggerli. Morire,

dormire . . . nulla più. E dirsi così

con un sonno che noi mettiamo fine

al crepacuore ed alle mille ingiurie

naturali, retaggio della carne!

Questa è la consunzione da invocare

devotamente. Morire, dormire;

dormire, sognar forse . . . Forse; e qui

è l’incaglio: che sogni sopravvengano

dopo che ci si strappa dal tumulto

della vita mortale, ecco il riguardo

che ci arresta e che induce la sciagura

a durar tanto anch’essa. E chi vorrebbe

sopportare i malanni e le frustate

dei tempi, l’oppressione dei tiranni,

le contumelie dell’orgoglio, e pungoli

d’amor sprezzato e rèmore di leggi,

arroganza dall’alto e derisione

degl’indegni sul merito paziente,

chi lo potrebbe mai se uno può darsi

quietanza col filo di un pugnale?

Chi vorrebbe sudare e bestemmiare

spossato, sotto il peso della vita,

se non fosse l’angoscia del paese

dopo la morte, da cui mai nessuno

è tornato, a confonderci il volere

ed a farci indurire ai mali d’oggi

piuttosto che volare a mali ignoti?

La coscienza, così, fa tutti vili,

così il dolore della decisone

al riflesso del dubbio si corrompe

e le imprese più alte e che più contano

si disviano, perdono anche il nome

dell’azione. Ma zitto! Ora la bella

Ofelia s’avvicina. – Possa tu,

Ninfa, nelle preghiere ricordare

i miei peccati. [2]

 

Amleto si chiede, sperimentando la sofferenza racchiusa nella metafora scelta da Antonio Tedde,  giungla,  se, e come porre a questa condizione umana, rimedio. L’eroe shakesperiano si domanda , in una visione disperata,  se la soluzione non sia il suicidio e se sia maggiore la quantità di forza necessaria ad affrontare il territorio oscuro aldilà della morte o quella indispensabile per armarsi di tutto quanto permetta di vivere nella giungla.

Antonio Tedde partendo dalla stessa profondità di riflessioni, indica diverse vie alle quali attingere per vivere una vita vera e persino felice, e lo fa sviluppando il suo ragionamento sugli  insegnamenti di altrettanti pilastri della cultura umana, filosofi e religiosi, Buddha, per iniziare, e poi Socrate e Platone e, per finire, Aristotele. Da ognuno di essi ricava alcune idee di base che fatte proprie, approfondite, assimilate e rielaborate con la capacità critica di ogni cervello pensante, potrebbero aiutare ad afferrare meglio il senso della vita.

In Buddha si trova la rivelazione dell’importanza della pace con noi stessi che nasce dal rispetto di sé, dalla consapevolezza che la sofferenza è inevitabile ma sopportabile se  nel passaggio attraverso  essa si può giungere ad una migliorata comprensione della nostra appartenenza umana e non eterna, che la ricerca del piacere è essa stessa fonte di sofferenza e che il non causare dolore ad alcuna cosa vivente sia una delle strade che conducono a quella felicità tanto agognata. Per tutti coloro che hanno una disposizione d’animo aperta e curiosa, tendente alla inesauribile ricerca della verità, non è difficile far propri i semplici insegnamenti di Buddha. Antonio Tedde nel suo agile libro ce li propone così come essi appaiono, ci chiede e chiede ai giovani, all’educazione dei quali tiene in modo particolare, di riflettere su essi, di farli propri e di utilizzarli quale aiuto nei momenti difficili, certo, ma chiede loro, poiché sono semplici e umanissimi, di provare a fare della propria anima dimora di essi. La serenità, la felicità, la comunione con quanto ci circonda, ne verranno aumentate in modo profondo. Nessuna rinuncia imposta, bensì la scoperta della consapevolezza di sé e della propria “sacralità” che è esattamente uguale a quella di ognuno che sia mosso dagli stessi sentimenti.

In ognuno dei pensatori analizzati, Antonio Tedde isola quegli insegnamenti che pensa possano essere utili alle giovani generazioni, affinché essi siano in grado di costruire una vita meno basata sulla violenza. Una violenza che non solo si esplica tra Stati in guerra ma la si può rilevare nel modello di crescita perseguito dalle attuali società. Una violenza che non si esplica solamente nella forza fisica, bensì nei rapporti umani basati sulla sopraffazione, sulla mancanza di rispetto per tutto ciò che ogni essere umano presenta di diverso dall’altro, e sull’ arroganza dall’alto, e sulla derisione degl’indegni sul merito paziente, e su l’oppressione dei tiranni.

Bellissimo incontro quello con Antonio Tedde, autore e essere umano.

La Biblioteca è grata e orgogliosa del dono ricevuto,

Antonio Tedde, Nella giungla della vita: come percorrere il sentiero alla ricerca della serenità, Sassari, Edes, 2017

 

[1] Aldo Capitini, Tecniche della nonviolenza, Roma, Edizioni dell’asino, p. 67

[2] Teatro completo di William Shakespeare, a cura di Giorgio Melchiori, Vol. III, Atto I, p. 157

Articolo a cura di M. Tiziana Fois

 

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