La linea d’ombra

La barca a vela qui sopra non ha quasi nulla a che vedere con l’Otago, la nave comandata da Joseph Conrad, un brigantino di 400 tonnellate, costruito a Glasgow nel 1869 e registrato nel porto australiano di Adelaide.  Quello che ci ha chiamato ad istituire la relazione tra l’una e l’altro è l’atmosfera di calma piatta che pare respirarsi nella foto. I colori del cielo molto simili a quelli del mare, l’insignificanza della creazione umana immersa in quella della natura. È anche questo il senso del bellissimo romanzo di mare La linea d’ombra, scritto da Joseph Conrad, pubblicato per la prima volta nel 1917. Rileggere dopo anni questo classico della letteratura del primo Novecento che mantiene ancora tanti dei caratteri della letteratura romantica è stata una bellissima esperienza. Ritornano alla mente tutti i motivi che quella letteratura ha reso tanto cara, e utile, in fondo. È lettura che conferma i valori fondanti le scelte e le azioni  dell’essere umano, nella sua espressione più alta. Già, poiché La linea d’ombra è racconto di un passaggio, di una crescita spirituale, se si vuole, è racconto non di ogni essere umano bensì di quello consapevole di sé e, poiché consapevole di sé, consapevole degli altri, di tutti gli altri, anche di coloro che non ama, anche di coloro che tentano di nuocergli, anche di coloro privi di quella consapevolezza che sola permette l’esperienza del passaggio ad una fase più alta della propria fondatezza nel mondo. È racconto di un mistero, quanto mistero può essere definita la vita stessa, dice a questo proposito Joseph Conrad nella prefazione al suo romanzo:  Questa storia, che pur nella sua brevità riconosco essere un’opera piuttosto complessa, non si prefiggeva di occuparsi del soprannaturale. […] Il mondo dei vivi, quale noi lo conosciamo, contiene meraviglie e misteri a sufficienza – meraviglie e misteri che agiscono sulle nostre emozioni e sulla nostra intelligenza in modi tanto inesplicabili da giustificare quasi la concezione che la vita sia una condizione stregata. No, troppo ferma in me è la consapevolezza del meraviglioso perché io mi lasci in alcun modo affascinare dal mero soprannaturale, che (da qualunque parte lo osserviate) è soltanto un oggetto fabbricato ad arte, il prodotto artificioso di menti che non sanno cogliere l’intima, delicata qualità dei legami che abbiamo con i morti e con i vivi, moltitudini senza fine; è la profanazione delle nostre memorie più care; è un insulto alla nostra dignità.

e continua sullo stesso tema:

[…] Quanto all’effetto di uno shock mentale o morale su una mente comune, studiarlo e descriverlo mi pare cosa perfettamente legittima. L’entità morale del signor Burns subisce una grave scossa nei suoi rapporti con il defunto capitano, e ne consegue, nella sua condizione di malato, un’allucinazione superstiziosa mista a paura ed animosità. Questo fatto è uno degli elementi della vicenda, ma non vi è in essa nulla di soprannaturale – nulla, per così dire, che provenga da al di là dei confini di questo mondo, mondo che in tutta coscienza contiene in sé mistero e terrore in abbondanza.

Il protagonista, parla in prima persona, si lascia andare ad innumerevoli considerazioni su quanto man mano vive nel racconto ma anche a riflessioni di carattere universale, sulla giovinezza, sul valore di ogni uomo, sulle caratteristiche che nutrono quel valore, il coraggio, ad esempio, la lealtà, la coerenza, la possibilità di vivere in armonia con le proprie convinzioni e quanto si fa di concreto nel mondo.

La definizione di Giovinezza che può essere scelta per indicare in breve quello che egli pensa, può essere questa, sulla prima pagina del romanzo:

Uno chiude dietro di sé il cancelletto della fanciullezza – ed entra in un giardino incantato. Là persino le ombre rilucono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha un suo fascino. E non perché sia una terra tutta da scoprire. Si sa bene che l’umanità intera l’ha percorsa in folla. È la seduzione dell’esperienza universale, da cui ci si attende una sensazione singolare o personale: un po’ di se stessi.

E poi, tra tutte le bellissime pagine che parlano delle personalità diverse di ognuno dei marinai sulla nave, dell’attenzione rivolta ad ogni loro piccolo gesto o sguardo o atteggiamento, ce n’è una che parla del momento in cui lui, il nostro protagonista, l’io narrante, il novello Capitano descrive il momento in cui vede per la prima volta la propria nave:

Sì, era là. Divorai con gli occhi, felice, lo scafo, l’attrezzatura. Quel senso di vacuità della vita che mi aveva reso così irrequieto negli ultimi mesi perse la sua amara ragione di essere, la sua malefica influenza, dissolvendosi in un fiotto di emozione gioiosa.

Vidi alla prima occhiata che era un veliero di alta classe, una creatura piena di armonie nelle linee dell’elegante scafo, nell’altezza ben proporzionata dell’alberatura. Qualunque fosse la sua età, qualunque fosse la sua storia aveva conservato l’impronta originaria. […]

sapevo che, al pari di alcune rare donne, essa era una di quelle creature la cui semplice esistenza è sufficiente a suscitare un diletto disinteressato. Uno sente che è bello essere al mondo in cui essa esiste.

Da lei si irradiava quell’illusione di vita e di personalità che ci affascina in ciò che la mano dell’uomo crea di più bello.

Va bene, magari non è perfettamente in linea con le esigenze di linguaggio di genere – la donna rappresenterebbe la bellezza, l’uomo il creatore – ma l’idea che rende è di un sincero ed appassionato sguardo innamorato e fedele all’idea della passione e dell’amore, più che ad una persona in particolare. Questa era la scrittura dei grandi autori ottocenteschi, ai quali anche Conrad, seppure l’ultima parte della sua vita si svolge nel primo ventennio del Novecento, appartiene a pieno titolo.

Un ultimo brano da ricordare è senz’altro quello del momento in cui il Capitano (al suo primo comando, e Primo Comando, ci dice Conrad, avrebbe dovuto essere il titolo di questa opera) entra nella cabina che era stata dei Capitani che lo avevano preceduto.

Si percepisce la forza con la quale si sente ancorato al mondo, la condivisione della propria storia con quella di coloro che vissero prima di lui; ci rivela insomma, la sua profonda umanità:

Quel pensiero mi colse d’un tratto, vivido, come se ognuno di loro avesse lasciato qualcosa di sé fra le quattro pareti di quelle paratie elaborate; come se una specie di anima composita, l’anima del comando, fosse improvvisamente venuta a raccontare in un sussurro alla mia di lunghi giorni e di momenti d’ansia passati in mare.

«Anche tu! – sembrava dicesse, – anche tu gusterai il sapore di questa pace e di questa inquietudine in una intima ricerca in te stesso – oscuro come fummo noi, e come noi supremo di fronte a tutti i venti e tutti i mari, in un’immensità che  non riceve impronta, non conserva memoria, non tiene il conto delle vite umane». […] 

esponente di quella che, nella sua unità di intenti e di scopi, era una dinastia; non per continuità di sangue, certo, ma per esperienza, preparazione, concezione del dovere, e per la benedetta semplicità del suo concetto tradizionale della vita.

Improvviso mi colpì il pensiero che quest’uomo che mi contemplava tranquillo, e che io osservavo come se fosse ad un tempo me stesso e qualcun altro, non precisamente una figura isolata. Aveva il suo posto in una schiera di uomini che egli non conosceva, dei quali non aveva mai sentito parlare, ma che erano stati plasmati dalle medesime influenze, e le cui anime, per quanto per quanto riguardava il lavoro della loro umile vita, non avevano segreti per lui.

Ecco, i grandi romanzieri dell’Ottocento, e sicuramente della prima metà del Novecento, seppure non credenti, parlavano di anima individuale e del mondo, senza remore, perché vi era in essi anima, perché anima cercavano negli altri, perché proponevano le costanti e universali questioni umane. Non voglio affermare che gli scrittori della seconda metà del Novecento non affrontino la problematica della profondità dell’essere umano; a leggere un romanzo di Conrad e uno di Philip Roth si sente potente il filo che li unisce; quello che forse manca al romanzo dei nostri giorni  è la dimensione eroica dell’avventura in un mondo molto più vissuto a contatto con la natura, con la dimensione dell’istinto e della sfida, per la gran parte delle volte vittoriosa, vissuta dal protagonista.

Autrice della fotografia inserita nell’articolo, così come dell’articolo stesso, è la prof.ssa Maria Tiziana Fois

La copia del libro al quale si è fatto riferimento per le citazioni è quella dell’Einaudi del 2015, ET Classici, con la traduzione di Flavia Marenco.

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