La lettura (e i libri) secondo Roland Barthes

Interessantissima riflessione di Roland Barthes (come potrebbe una riflessione di  Roland Barthes essere meno che interessante?) sulla lettura e la condivisione di essa.

La riporto qui perché è una posizione piuttosto anticonformista se vista nel contesto della celebrazione della lettura e della condivisione dei libri. Ogni anticonformismo, in tutti i campi giova alla discussione e alla maturità di coloro che la affrontano.

“Tutti i libri che ho  letto formano in me una sorta di biblioteca. Non è però ben ordinata, i volumi non sono in ordine alfabetico, non esiste catalogo. E tuttavia è proprio così, una memoria in cui si accumulano le mie letture – ciò che ho trattenuto – anche se non so esattamente cosa essa contiene, quali sono i libri che mi hanno segnato. Potrei citarne alcuni, come in quel gioco di società in cui vi si domanda quali sono i libri che vi portereste su un’isola deserta, ma non è certo che in questo caso io indicherei i libri giusti, e ciò almeno per due ragioni.  La prima consiste nel fatto che  questo magazzino non si limita al mio sapere cosciente: a meno che non abbia tenuto un diario delle mie letture, può darsi che quella che ha contato di più per me sia proprio quella che sfugge al mio ricordo; e ciò è tanto più probabile,  dato che le devo m olto, desidererei disconoscere il mio debito. Inoltre, bisogna correggere il punto di vista degli antichi: l’insieme delle mie letture non costituisce la mia memoria ma piuttosto il mio sintomo, non tanto i libri che ho sottolineato, segnato con il mio nome e di cui ho preso possesso, quanto quelli che mi hanno segnato e che ancora mi possiedono. E’ attraverso di essi che io leggo, che ricevo il libro nuovo. Vi sarebbe qui un concetto da sviluppare, omologo per la lettura a quello introdotto da Julia Kristeva sotto il nome d’intertesto, per designare i rapporti di un testo con tutti quelli che intervengono nella sua scrittura.

La seconda ragione per tacere sul libro che amo è proprio questo amore, inconfessabile: il libro che fa parte del mio sintomo somiglia a quegli oggetti transizionali di cui parla lo psicanalista Winnicot – un angolo di coperta, un orso di peluche che il bambino ciuccia prima di addormentarsi. Io non me ne stacco, esso mi tiene. Poiché il libro letto non è un oggetto realmente distinto da me stesso, con cui avrei un vero rapporto oggettuale: esso è me e non me, ciò che Winnicott chiama una not-me possession.  Non è forse in tal modo che è possibile comprendere il posto del livre de chevet, il libro per eccellenza a meno che non sia un mito, quel volume sempre uguale, di cui leggo ogni sera una pagina prima d’addormentarmi e al cui fianco dormo? Ma tutti i libri sono, in grado minore, delle not-me possession: non me ne separo volentieri, vorrei sempre averli addosso.

Perciò mi dispiace darli ad altri, non solo prestarli – immaginare altre mani che li accarezzano – ma persino darne i titoli. Non vorrei consigliare a nessuno un libro che amo: se lo amasse, mi darebbe fastidio perché me ne spossesserebbe un poco, ma se non lo amasse e se me lo dicesse – e se, per complicare ancora la situazione, io amassi l’altro – ciò sarebbe molto più grave. Il libro rischierebbe di svalutarsi, e io di perdere uno degli oggetti che mi compongono: certo dovrei scegliere: o il libro o l’amico. Da ciò discende inoltre la difficoltà a offrire un libro, tanto più se lo si ama e se si ama colui al quale lo offriamo. Lettura (o scrittura) e transfert sono due cose delicate da mescolare.

Non si dovrebbe però far troppo nera la situazione poiché accade talvolta che si divida una lettura con qualcuno: si legge insieme, ci si accorge che le biblioteche intime di ciascuno hanno una zona d’intersezione. Allora è tutt’altra cosa: è l’amore che nasce da una lettura. Io t’amo, noi amiamo gli stessi libri, ci amiamo in un libro.”

Roland Barthes

Scritti: società, testo, comunicazione

Einaudi, 1998

pp. 279-280

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Henri Fantin-Latour

La liseuse

1861

Huile sur toile

 

 

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