Almanacco di Sardegna (Breve intermezzo celeste)

foto foto 3  In Gallura chiamano i fanciulli steddu e stedda, “stella”. E’ questa forse l’immagine più poetica che il pastore sardo abbia tratto osservando il firmamento: proprio in Gallura dove è tradizione che dal fondo delle foreste, che ammantavano le valli del Limbara, si vedessero, attraverso gli spiragli delle chiome delle querce, le stelle a occhio nudo anche in pieno giorno.

Altra immagine poetica, ma diffusa in quasi tutta l’area isolana, è quella relativa alla Via lattea, detta dappertutto  “La via della paglia” (campidanese: sa bia ‘e sa palla), a cui è legata una leggenda che narra d’un sacco rubato, dalla scucitura del quale sarebbe uscita la paglia, destinata a vagare nel cielo per l’eternità. E’ una favola nata certamente d’estate, la stagione più favorevole alla contemplazione del cielo, quando si ventila il grano e si rimpingua il pagliaio.

Ma, al di fuori di queste immagini, la volta celeste non ha eccitato la fantasia dei pastori, che pur sono avvezzi a contemplarla nelle lunghe ore di sosta. Per restare in Campidano, le costellazioni, o meglio gli aggruppamenti di stelle, sono detti genericamente is segnalis (“i segni”) e fra essi ha particolare rilievo la croce: di S. Simone, di S. Costantino, di S. Andrea, ecc.

Le stelle dell’Orsa Maggiore sono dette is Sette Fradis (“i Sette Fratelli”), mentre su Carru, è riservato all’Orsa Minore.

Piuttosto prosaiche sono le denominazioni di alcuni astri e “segni”: quando salgono is Tendabis (“gli stendardi”), ossia i Chiodi del balteo, le tre stelle centrali della costellazione di Orione, è giunta l’ora di dar da mangiare al bestiame, mentre quando spunta Venere è l’ora di cena, e con su Gràppulu o s’Urdoni (“il grappolo d’uva”) sono indicate le Pleiadi.

L’arcobaleno è detto arcu celesti e la cometa sa stella cun coa.

La stella con la coda è il fenomeno più temuto dal contadino e dal pastore, i quali sperano sempre nella buona annata, pur avvezzi alle ricorrenti calamità, alle prolungate siccità, ai venti salati distruttori. Più che al cielo, guardano al Barbanera, che hanno sempre in tasca ma a cui per altro non credono; si compiacciono, piuttosto, di ammirare quelle misteriose piccole immagini incise, in particolare il Sole e la Luna.

L’astro e il satellite venivano, infatti, incisi, di preferenza il Sole, assieme ad altri simboli e decorazioni, sul paliotto dei cassoni nuziali, in stampi e in sigilli. Li troviamo trionfanti a Sassari, scolpiti in quei paradossi architettonici che sono i portali monumentali di campagna, d’ingresso agli uliveti, il cui impianto risale al Se-Settecento: i blasoni in pietra della nobiltà dell’olio. Forse sono derivati dal vetusto portale sito nella stradina suburbana di “Luna e Sole”.

Luna e Sole: perché questa trasposizione onomastica, opposta a quella corrente? E’ il portale che ha dato il nome alla stradina romantica o è questa che ha stuzzicato la fantasia dell’architetto lapicida? La Luna che appare prima, a sinistra di chi guarda l’arco di ingresso, mentre il Sole è a destra, fa propendere per la prima ipotesi. Fu scolpita, verosimilmente, prima la Luna e poi il Sole per ragioni di equilibrio compositivo. E poi, tranne nel solo caso del tardo portale del Monserrato, si è ripetuto così: è chiamato Luna e Sole anche il portale sito sulla strada per Porto Torres, accanto a quello monumentale detto di S. Bainzeddu.

Se è vero che presso il singolare monumento preistorico di Monte d’Accoddi (la “Ziqqurrath” venuta alla luce una ventina d’anni fa, circa a metà strada tra Sassari e Porto Torres, dove prima appariva una montagnola), quella enorme palla di pietra,  simile anche per la patina a una grande focaccia, ha il significato di “globo solare”, potremmo spiegarci l’arcano.

Il Sole va bene; e la Luna? La bizzarra trasposizione sassarese, in favore del satellite, suona come una rivalsa dell’amica dei poeti.

I misteri dell’arte si aggiungono ai misteri archeologici e celesti.

In vicinanza di Carloforte è installata una delle sei stazioni astronomiche sul 39° parallelo per l’osservazione della migrazione dei poli e della variazione delle latitudini.  Se questo può far piacere ai razionalisti, non bisogna tacere che numerosi sono nell’isola gli astronomi dilettanti (a Sassari, oltre a vari telescopi, esiste un osservatorio privato in piena regola), romantici e affini al grande poeta dialettale, il logudorese Paolo Mossa (Bonorva, 1821-1892), che lasciò questi versi:

Prite da ora in ora, o trista luna,

velas sa bella faccia da’ una nue?

Chircas forsi a su solitu cudd’una,

chi candida, chi pura fit che tue?

Perché d’ora in ora, o triste luna / ti fai velare la bella faccia da una nube? /

Cerchi forse al solito quell’una, / ch’era candida, pura come te?

Vico Mossa,  Almanacco di Sardegna

Libreria Editrice Dessì, Sassari, 1973

pag. 138-139

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Tra i libri venuti alla luce in questi giorni, si trova questo di Vico Mossa (1914-2003), curioso almanacco, come egli stesso lo definisce, di temi e luoghi comuni insoliti,  “osservati da punti di vista non abituali”, traiamo dall’ introduzione dell’autore al testo:

“In questa rassegna […] non hanno trovato posto argomentazioni sull’esistenza di una “questione sarda” o dotte divagazioni su aspetti sociologici, come il male endemico del banditismo, relegato per altro ad un’area ristretta.  Anche per l’assunto del libro, Orgosolo mi piace ricordarlo come lo vidi nel 1953, il giorno delle paci, con lo stradone tutto festonato dei brillanti grembiuli arabescati delle sue impenetrabili donne.

Riesce piuttosto amaro considerare che il rilancio della Rinascita, cioè del “rifiorimento” della Sardegna (come si usava dire nel Settecento), avverrà per la recrudescenza di quel male, se è vero che dal grande recente lavoro della commissione parlamentare d’inchiesta è venuta fuori – insieme con la constatazione delle delusioni di quel Piano che avrebbe dovuto accelerare la trasformazione dell’Isola – la proposta di legge per rimettere in moto il nostro meccanismo di sviluppo: col paradossale risultato che la stragrande maggioranza dei sardi onesti dovrà, alla fine, con qualche mortificazione, ringraziarne i banditi.”

E’ curioso davvero rileggere le pagine di Vico M ossa in quest’opera degli anni settanta, lui che per diversi anni  fu insegnante di architettura nel nostro Liceo, allora denominato Istituto Statale d’Arte per la Sardegna (denominazione in vigore sino al 2011) e che scrisse, nel 1954, per l’editore  Felice Le Monnier, un volumetto monografico sulla scuola nella quale all’epoca insegnava, L’Istituto Statale d’Arte per la Sardegna – Sassari.

A proposito del breve saggio proposto, intitolato alle Pléiadi, si è apprezzata la vena ironica e insieme il tentativo di dare alla propria scrittura e alla propria disposizione d’animo una vena poetica, non disgiunta, appunto, dall’ironia, ché è proprio dei sardi, maschi soprattutto, non indulgere se non accentuando sull’ironia la propria, eventuale, tendenza alla poesia.

A proposito, invece delle informazioni date nello stesso brano, dal 1977 ad oggi la città ha avuto un’espansione ancora maggiore, ovviamente, rispetto al periodo voluto rappresentare dallo scrittore-architetto. Sul  portale di Luna e Sole e sui significati delle incisioni che lo accompagnavano, si può consultare l’ articolo qui pubblicato

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Nelle ultime pagine una brevissima antologia sui canti sardi, tra i quali si è scelto questo, il più famoso e bello:

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. diariodiunalettrice ha detto:

    Io che sono Sarda, non me lo lascerò sfuggire di certo!

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    1. Anche se datato, il libro merita una consultazione. Il nostro Liceo, poi, deve molto a persone come Vico Mossa, tra i primi ad aver dato voce e lustro alla nostra scuola.

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